Ciociaro, nato e cresciuto tra Anagni e Sgurgola, oggi vive a Frosinone. Ama la sua terra, dove è tornato dopo gli studi universitari di Filosofia a Bologna, dopo esperienze di lavoro a Milano.

“Ho bisogno di avere negli occhi i panorami della Ciociaria, di stare tra le montagne così dolci, la valle nel mezzo, i paesaggi di campagna”.

 

È uno scrittore, si chiama Francesco Formaggi e di recente è uscito il suo secondo romanzo per Neri Pozza Editore dal titolo Il cortile di pietra. Noi gli abbiamo fatto qualche domanda, per conoscerlo meglio, per sapere del suo lavoro e della sua vita.

Questo tuo secondo romanzo esce in libreria a distanza di quasi quattro anni dal primo, Il casale (Neri Pozza, 2013). Come mai così tanto tempo?

Perché scrivere per me è un lavoro lungo e impegnativo, soprattutto quando la storia che stai scrivendo ti coinvolge totalmente, ti impone di mettere in gioco tutto te stesso, la tua vita presente, le tue esperienze passate. E poi non si può scrivere tutto il giorno: si deve anche vivere la vita, fare lavori che ti permettano di sbarcare il lunario, coltivare gli affetti. Ho iniziato a scrivere questo nuovo romanzo in un periodo in cui avevo cominciato una ricerca sulla mia infanzia, chiedendomi che bambino ero stato, che esperienze avevo vissuto, per comprendere la mia vita di adesso, l’uomo che sono diventato, con tutti i miei pregi e difetti. E allora la scrittura diventa anche un modo di dare forma alla propria interiorità, di capirsi, di esplorarsi, di risolvere problemi, di suturare le ferite, di fare i conti con le proprie paure e i propri vuoti. Quando scrivere è una cosa del genere, e non un esercizio di stile o la compilazione di pagine, allora ci vuole tempo, e pazienza.

In questo nuovo romanzo racconti la storia di un bambino piccolo, Pietro, che viene abbandonato dai genitori in un collegio di suore terribili. Racconti la storia della sua amicizia con Mario, un orfano del collegio, con il quale riesce a scappare e salvarsi. E non solo. Il tutto ambientato nel passato, in un tempo che potrebbe essere il Dopoguerra, in un luogo che potrebbe essere la Ciociaria; ma che allo stesso tempo potrebbe essere dovunque, in qualsiasi tempo. Qualcuno lo ha definito un “noir dickensiano”. Da dove ti è venuta l’idea di fare un romanzo così?

L’idea originaria è stata semplice: raccontare l’infanzia, farlo in modo che il lettore potesse entrare dentro il mondo interiore di un bambino piccolo che vive esperienze terribili, ma che sa anche trovare la forza di sopravvivere e liberarsi. Per far questo ho attinto dalla mia esperienza personale, dalle mie paure, dalla mia frequentazione, seppur breve, di un asilo gestito da suore ecc. Il contesto invece l’ho preso dai racconti di mia nonna sulla miseria della sua epoca, sulla vita dura dei contadini nel Dopoguerra, e dai racconti di un amico scomparso che mi ha narrato la sua esperienza di bambino che ha vissuto per anni in un collegio di suore, e lì dentro ne ha passate di tutti i colori.

Quali temi nello specifico hai voluto affrontare nel libro?

Quello dell’infanzia negata, per primo, e poi quello dei legami affettivi, e quello dell’essere genitori. L’infanzia negata riguarda la violenza, invisibile e non, con la quale negli istituti religiosi, per la maggior parte gestiti da suore, vengono trattati i bambini. Alla base c’è il pensiero che un bambino sia un animaletto, non un essere umano completo, e questa è una negazione terribile, violentissima, che poi porta ad atti di violenza fisica, botte e altro. Per questo non stancherò mai di dire che le famiglie dovrebbero smetterla di mandare i propri figli negli asili delle suore. Ma parliamo del romanzo. I legami affettivi riguardano l’amicizia pura tra due bambini che si salvano a vicenda, perché forti della certezza dell’affetto dell’altro, della possibilità che, poiché loro due si vogliono bene, allora nel mondo esistono persone che possono volerti bene allo stesso modo, e non picchiarti e odiarti. Il tema dell’essere genitore invece parla della differenza tra i legami biologici e quelli affettivi. Quale è più importante? Naturalmente è più importante il legame affettivo, anzi è l’unico vero legame: si è genitori di un bambino quando gli si vuole bene, lo si ama, e non solo per il fatto di averlo messo al mondo. Non conta nulla se quel bambino ha i tuoi stessi occhi o il tuo stesso colore di capelli; conta invece quanto bene gli vuoi.

Quali sono le tue abitudini di scrittura?

Quando lavoro a un romanzo di norma scrivo dalla mattina presto, mi alzo prestissimo, e scrivo fino all’ora di pranzo, cercando di sfruttare al massimo le ore di silenzio, quelle subito dopo l’alba, o subito prima. Nel pomeriggio spesso faccio lunghe passeggiate, su via Tiburtina, alla Villa Comunale, su via Aldo Moro, mi fermo a prendere un gelato (adoro il gelato, anche d’inverno,) e poi torno a casa. Di norma bevo moltissimo caffè, nella mia tazza regalatami dal padrone di una piccola caffetteria in Thailandia, e indosso una camiciona, blu, di cotone pesante, che è come una divisa, che possiedo da venti anni e mi va due volte, ma mi dà l’idea di essere in bottega, di fare un lavoro di artigianato (la narrativa è per moltissima parte un lavoro di artigianato delle parole), e insomma se non ho caffè e non indosso la mia camicia, per scrivere, non mi sento del tutto a mio agio.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Sta per uscire un mio romanzo per ragazzi (12+), si intitola Non chiudere gli occhi (Pelledoca editore), ed è la storia di due ragazzini di dodici anni che scoprono la verità su un caso di sparizione in un piccolo paese della provincia. Non vi dico di più perché è tutto da scoprire. È un libro a cui tengo molto, perché è ambientato nel mio paese d’origine, Sgurgola, dove ho trascorso la mia infanzia, e perché contiene in forma romanzesca la mia giovane passione per l’arrampicata sportiva. Uscirà nelle librerie il 6 aprile. E poi sto lavorando al testo di uno spettacolo teatrale che sarà in scena a Roma a luglio, uno spettacolo di teatro immersivo unico in Italia, ancora segretissimo.