Ilias Walchshofer. Niente comunica meglio di una bella immagine, che centri completamente il bersaglio e faccia capire cosa ha intenzione di esprimere, ma non tutte le immagini sono belle e non tutte le immagini comunicano davvero.

Non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, sono molti gli artisti e i fotografi che lavorano con il corpo dando vita a lavori emozionanti dove la bellezza dell’immagine non sta nelle natiche rappresentate, ma in altrettanti molti casi l’ostentazione che si fa del corpo, spesso del corpo nudo, fa perdere al corpo stesso la sua dignità, il suo senso più intimo riducendolo alla stregua di un comune oggetto e capita, sfogliando una rivista per esempio, di contemplare distrattamente questi corpi, quasi tutti uguali, come fossero oggetti su un catalogo di elettrodomestici da ordinare per corrispondenza.

Dr. Propolus è un giovane artista molto conosciuto sui social network, in particolare su piattaforme come Instagram e Tumblr. Il suo vero nome è Ilias Walchshofer ed è un illustratore e regista austriaco/marocchino, nato a Linz nel 1991, che vive a Berlino. Il suo stile artistico è molto particolare, lavora intervenendo su immagini già esistenti come riproduzioni di dipinti classici o immagini pubblicitarie, aggiungendo disegni di abbigliamento, accessori oppure animali agli ignari modelli e modelle ritratti, in un segno spontaneo e delicato, che, inevitabilmente, cambia il tono dell’immagine, rappresentando una storia all’interno di essa, spesso con una vena umoristica.

A volte canzonando quelli che sono i paradigmi dell’alta moda e prendendo spunto dalle maggiori tendenze del momento facendo riferimento ai pezzi più stravaganti delle collezioni dei grandi stilisti, Ilias crea piccole opere che trasformano le immagini dando a quei corpi una nuova vita, qualcosa che li rende diversi dagli altri, più interessanti.

Il suo senso dell’umorismo cela un significato profondo, la speranza di un ritorno ad un’arte non che sia più pudica ma che sia più rispettosa e il cui contesto possa stimolare l’immaginazione di chi guarda.

Di Valentina di Manno