Marina Abramovic, pioniera della body art, festeggia i suoi 70 anni con un autobiografia: “Attraversare i muri”.
Il libro, a cura di James Kaplan, trasporta il lettore negli angoli più reconditi della vita dell’artista serba, svelando personali verità che in qualche modo rendono più chiari i temi e le azioni affrontate da Marina Abramovic dagli anni ‘60.
Marina Abramovic è sempre rimasta coerente ai suoi principi artistici, lavorando per tutta la sua carriera sul corpo, sui limiti del corpo e su come superare questi limiti attraverso un’inflessibile controllo della mente, azioni forti ma sempre molto profonde, spesso legate alla sua terra natia, come la sua performance “Balkan Baroque” del 1977 con la quale vinse il Leone d’oro alla Biennale di Venezia. Per sei ore al giorno, per quattro giorni, in uno scantinato buio, seduta su 1500 ossa di bovino, spazzolò via sangue e cartilagine intonando canti popolari serbi. Con questo lavoro denunciava la guerra nei Balcani, la pulizia etnica ma anche un rito di purificazione etica.
Entrambi i genitori erano partigiani della seconda guerra mondiale, la madre era una donna molto severa che le imponeva una disciplina marziale e la sottoponeva a privazioni e punizioni corporali per temprare il suo carattere. L’arte diventa per lei un’azione necessaria, si avvicina prima alla pittura, poi alla creazione di oggetti, ma è solo con la body art che riesce ad esprimersi e in qualche modo a trovare rifugio e sollievo: sentire più dolore per riuscire a dominarlo e non sentirne più, portarsi al limite per essere liberi.
Una carriera non solamente segnata dalla sofferenza ma anche da grandi amori, quello per Ulay e quello per il pubblico.
Ulay, l’artista che si definisce “Tedesco senza Germania”, che rinunciò al proprio nome (Frank Uwe Leisiepen) per discostarsi dalle azioni di un padre e di una patria nazista, ha condiviso per molti anni la vita privata e la vita artistica con la Abramovic, eseguendo insieme delle performance molto strutturate che descrivono il legame di coppia in tutti i suoi aspetti, i più intimi e i più divergenti.
E poi c’è il pubblico: Marina Abramovic tiene in gran conto il pubblico, ogni suo lavoro è svolto con lo scopo di coinvolgere chi guarda tanto da spingerlo a diventare parte dell’azione e quindi performer lui stesso. Nel 2010 ha svolto una performance complessa e molto lunga, “The artisti is present”, al Moma di New York, dove per tre mesi, per otto ore al giorno, si è concessa al pubblico, ha concesso il suo tempo e il suo sguardo a tutte le persone che si sono sedute di fronte a lei per un’azione molto intima e profonda.
“Attraversare i muri” è la biografia di un artista ma anche la testimonianza di una donna, è il racconto di una vita spesso segnata dall’amarezza, ma la si può anche vedere come una sua nuova performance, è ancora un modo per l’artista per concedersi agli altri, per dare a tutti la possibilità di capire questa forma d’arte, apprezzata da molti e da molti altri ancora non compresa.







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