Sin dagli antichi testi sacri forare il naso nella parte centrale (Septum ring) costituiva un rito di passaggio, la fine di una bambina l’inizio di una donna. In alcune comunità veniva fatto alle donne durante il periodo di fertilità, poiché la narice veniva associata agli organi riproduttivi, in altri casi, dopo il matrimonio, per segnare l’appartenenza al marito.
Dai valori morali alle discriminazioni sociali: il septum ring nel mondo occidentale è sempre stato visto come il segno distintivo di chi valori non sembrava averne. Ad oggi sta pian piano prendendo la rincorsa fino ad arrivare alla ribalta grazie alle numerosissime stars hollywoodiane, diventando un ornamento di pura bellezza, spesso solo un anellino incastrato e non un vero foro tra le narici. Contribuito fondamentale è quello di Riccardo Tisci per la sfilata l’autunno-inverno 2015 di Givenchy che manda sulla passerella una visione tribale della moda. La particolarità sono i volti delle modelle, sfigurati con enormi gioielli e piercing. Naturalmente non stiamo parlando di vere e proprio body modification, ma piuttosto del richiamo alla sottocultura del piercing portata all’estremo, una provocazione sul tema della bellezza, soggettivo a seconda dell’osservatore.
Un modo di impreziosire il volto in modo estroverso, grintoso, talvolta anche molto discreto ed elegante. D’oro, d’argento, con pietre colorate, ricamato, ingombrante, sottilissimo, pendente, discreto che sia per moda, per espressione sociale, per appartenenza ad un gruppo o per puro piacere estetico oggi gran dei giovani ha almeno un piercing, portato dalle ragazze come un vero e proprio gioiello. La moda ha preso possesso del piercing e lo ha svuotato dei significati sociali e simbolici che ha avuto in passato, rendendolo un vero e proprio accessorio di tendenza. La svolta del septum ring sta proprio in questo: nell’indossarlo seguendo il nostro personalissimo charme, senza prendersi troppo sul serio, per essere diverse, osare, trasgredire anche solo per un giorno.
Credits: GIVENCHY
Redatto da: CLAUDIA PALOMBI









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